FOCUS: Chi non vuole l'#InternetTV?


Progresso, certo. Nuove modalità di fruizione, naturalmente. Ma non è che la televisione videoevoluta e multipiattaforma, quella che permette all’utente di navigare sul web dal proprio televisore, consultare servizi annessi (meteo, news, programmi TV...) grazie ai widgets che appaiono sullo schermo, accedere ai social network o ai servizi di video on-demand (VOD) sia una minaccia per la TV tradizionale? Il dubbio prende forma in modo sempre più deciso, soprattutto tra i grandi broadcaster, che hanno iniziato a muoversi cercando di tutelarsi da questo modernissimo nemico.

In Italia, proprio in questi giorni, si è discusso a lungo (e non senza polemiche) del “canone speciale”. Se pc, smartphone e tablet sono divenuti a tutti gli effetti degli schermi attraverso cui accedere ai contenuti televisivi, allora non sono altro che piccoli televisori e dunque soggetti a canone statale. Sembrava questo il pensiero di mamma Rai, che si era già preparata a batter cassa. Nel mirino aziende e professionisti. Ma la scelta di viale Mazzini è sembrata, oltre che ingiusta (come hanno fatto notare molti giornalisti e blogger: sarebbe come far pagare l’autostrada a chiunque possieda un’auto), poco lungimirante. Non è proprio la Rai che sta investendo molto in questo periodo per lanciarsi come broadcaster videoevoluto, presente e attivo sulla Rete con servizi crossmediali e offerte multipiattaforma? Sembrerebbe, allora, quantomeno controproducente far scelte capaci di disincentivare l’utilizzo del web per i telespettatori. E in più si andrebbe contro il delicato lavoro di alfabetizzazione digitale promosso da Corrado Passara, ministro dello Sviluppo, a capo dell’Agenda digitale italiana (Adi). Così, dopo un confronto con il dipartimento delle Comunicazioni e il ministero dello Sviluppo economico, si è optato per un dietrofront, travestito da rettifica di un fraintendimento generale.
Mercoledì i vertici della TV di Stato fanno sapere che: «A seguito di un confronto avvenuto questa mattina con il ministero dello Sviluppo Economico la Rai precisa che non ha mai richiesto il pagamento del canone per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, i tablet e gli smartphone». Avevamo solo capito male. Tutti. «La lettera inviata dalla Direzione Abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiano già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori». Insomma, i due abbonamenti non vanno sommati. Meglio così, allora, in fondo con tecnologie sempre nuove e in continuo aggiornamento non è facile orientarsi e soprattutto adattare le vecchie regole. E forse è proprio questa enorme portata di novità a spaventare i francesi, che recentemente hanno messo sotto accusa la “TV connessa”.
Nonostante sia una tecnologia ancora in fase di sviluppo, gli esperimenti e sopratutto gli interessi di aziende come Google, Apple o Netflix fanno pensare che presto non potremo vivere senza Smart TV. E per il presidente del Consiglio superiore dell’audiovisivo, Michel Boyon, è un rischio inaccettabile, tanto che ha dichiarato che la TV connessa costituisce un pericolo per i broadcaster tradizionali, colpevole di frammentare l’audience e non contribuire al finanziamento del processo creativo.
Secondo Boyon, il telespettatore, nel momento in cui guarda un programma, non dovrebbe essere distratto e spinto a lasciare ciò che si trasmette in TV per guardare altro. La tv connessa, infatti, riunisce sullo schermo di casa i canali TV e il web, offrendo un’enorme possibilità di scelta tra programmi video, musica e giochi. E se per il telespettatore questo vuol dire potersi costruire una TV su misura delle proprie esigenze e dei propri interessi, per la TV tradizionale significa dover ingegnarsi per offrire contenuti all’altezza, in modo da essere scelti e ricercati consapevolmente dall’utente. «Io voglio che si garantisca la libertà di scelta degli utenti», ha spiegato, il presidente della Csa, ma d’altra parte ha aggiunto: «La televisione, da noi, assicura il finanziamento dei film e delle opere audiovisive. Bisogna continuare a garantirlo».
Per questo motivo è stata istituita un’apposita Commissione che si occuperà di seguire l’avvio di questa tecnologia, coinvolgendo i principali attori interessati (tra gli altri sono già presenti broadcaster come Canal+, TF1, Arte, Bolloré, Groupe NRJ, le associazioni dei consumatori, l’Istituto nazionale dell’audiovisivo, la Sacem - Società degli autori, compositori ed editori di musica, l’Antitrust, operatori tlc e via cavo).
Istituita a dicembre e guidata da Emmanuel Gabla, ingegnere delle telecomunicazioni e già membro del Cas, la Commissione si riunirà a luglio per la prima volta e poi trimestralmente per approfondire inizialmente cinque focus: “Economia e concorrenza”, “Finanziamento della creazione”, “Protezione delle minoranze”, “Nuovi format pubblicitari” e “Sfide tecnologiche”. L’obiettivo è migliorare e tutelare la qualità, il rischio è che si apra una crociata contro il web. Staremo a vedere.

Anna Mezzasalma

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